Palla al centro!

Anche questo mese, le 5 domande sono per un amico dell’Azione Cattolica, conosciuto al C’è di Più: Cesare Prandelli, Commissario Tecnico della Nazionale Italiana di calcio e uomo innamorato del suo lavoro.
 
Lo avete mai sentito parlare fuori dai campi di calcio?
Avete mai pensato quanto può essere bello e impegnativo allenare una squadra?
Che importanza ha lo sport nella vostra vita?

 
Condividete qui, anche in poche parole, pensieri e opinioni, per rendere questo spazio sempre più vostro!
 
Se questo argomento vi ha incuriosito, potete dare un’occhiata all’intervista fatta direttamente a Cesare Prandelli.
 
Qui potrete trovare altri contenuti multimediali per conoscere meglio e approfondire il tema del mese:
Cesare Prandelli al C’è di Più: http://youtu.be/Vniv0ec8Gz8
Presentazione del suo libro “Il calcio fa bene”: http://youtu.be/uY4anJlDuDY
Biografia e palmarès di Cesare: http://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Prandelli 

 
 
 
Ciao Cesare, benvenuto su Ragazzi! Per prima cosa vogliamo chiederti se ti rendi conto di essere l'uomo che tra meno di un mese dovrà condividere i risultati del suo lavoro con 60 milioni di italiani. Che sensazione è avere la responsabilità della squadra nazionale dello sport più seguito?
C: In verità già sono due anni che sto condividendo i risultati, assumendomi in prima persona la responsabilità delle mie scelte e del mio operato. Allenare la Nazionale è veramente qualcosa di importante, soprattutto sotto il profilo delle emozioni: su tutte l’onore di rappresentare il nostro Paese e competere al massimo livello sportivo.

Che differenza c’è tra essere commissario tecnico di una nazionale rispetto ad allenare un club? E' un ruolo più prestigioso, un salto di qualità?
C: Sicuramente il salto di qualità ti è richiesto nel modo di pensare, impostare e vivere il tuo lavoro. Con i club i rapporti umani, l’attività sportiva e le verifiche fanno parte del quotidiano: ogni giorno ti confronti con i giocatori, con lo staff, prepari le partite che possono essere anche ogni tre giorni... Con la Nazionale invece ci si incontra dieci volte in un anno e per periodi di pochi giorni, per cui  bisogna ottimizzare al massimo il lavoro da svolgere.
 
Il tuo ruolo da C.T. è quello di osservare i giocatori e valutarli durante la stagione per capire quali sono i più meritevoli di essere convocati. Conta solo chi fa più gol ed esprime delle buone prestazioni, oppure ci sono anche altri fattori che tieni in considerazione?
C: La Nazionale, ma in generale ogni squadra, è un gruppo, e per vivere bene tra persone che condividono una relazione, di amicizia o lavorativa, serve che ciascuno rispetti delle regole. Lo sport può essere uno strumento attraverso il quale veicolare determinati valori: lealtà, abnegazione, voglia di stare insieme e benessere psicofisico. Questo mi ha insegnato lo sport, questi sono i principi che debbono animare ciascuno sportivo e che cerco di promuovere anche nei ragazzi delle mie squadre.

Prima di diventare allenatore sei stato anche un calciatore di buon livello. In particolare hai vinto tutto con la Juve. Quali sono i ricordi più belli e più brutti che hai conservato di quegli anni?
C: Di bello ricordo che eravamo un gruppo di ragazzi molto unito e solidale, dotato di un forte senso di appartenenza e spiccato spirito di squadra. La Juventus era una società strutturata per vincere. Bellissime certe partite, in particolare contro avversari come Maradona, davvero formidabile!
Il ricordo più brutto invece è legato alla finale di Coppa dei Campioni del 29 maggio 1985. Quella sera entrai nei minuti finali, vincemmo la coppa, ma non riuscimmo a gioire. Gli scontri sulle tribune dello stadio portarono alla morte di 39 tifosi. Dopo tanti anni porto ancora dentro una grande amarezza, soprattutto pensando che ancora oggi la violenza nel calcio non è del tutto superata.

Fare sport come ti ha aiutato nella vita, prima da calciatore e poi da allenatore?
C: Da calciatore, ma in generale da sportivo, ho capito che non si ottiene nulla senza sacrificio, impegno e rispetto delle regole, gioendo dei successi e accettando le delusioni. Da allenatore ho cercato di imparare alcune doti fondamentali per qualunque educatore: l’ascolto, costante ed umile, la chiarezza nel rendere ragione delle scelte, la fiducia nelle persone.
Vi saluto augurandovi di divertirvi negli sport che praticate, perché divertirsi è la via per avere con la competizione un approccio positivo.